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Grahovo

October 25th, 2015 No comments

sava_grahovoCi sono luoghi che nessun turista vorrebbe mai visitare. Uno di questi è Grahovo. Sono convinto che anche coloro che abbiano girato il Montenegro con una maggiore cognizione di causa e con un po’ di nozioni storico-geografiche del paese, si sono persi questa ghost-town. Mi dispiace se faccio un torto a qualcuno chiamandola così, ma lo faccio anche per il fascino che questo termine potrebbe esercitare. Imboscata in una piana nell’entroterra delle Bocche di Cattaro, tra i paesaggi brulli e poco urbanizzati,  a Graovo sembra proprio che i passaggi dello sviluppo urbanistico si siano persi per strada e gli ultimi sforzi di fare di questo luogo una cittadina pare risalgano all’epoca socialista. Una scuola abbandonata, lo spettro di quella che potrebbe essere la vecchia “mjesna zajendica“, l’unità più piccola dell’autogestione locale nella jugoslavia socialista, le indicazioni per un arboretum – una macchia verde scuro degli abeti, improbabili in mezzo ad una vegetazione ancora mediterranea da queste parti. Oggi conta 120 abitanti. C’è un mini-market, due bar…e un imponente monumento dedicato alla resistenza.

grahovo_spomen_plocaLa prima volta che siamo capitatati a Grahovo era per un desiderio di fuga. Tre mesi in una città al mare sono troppi per chi non ama il turismo di massa, la confusione, il continuo sottofondo dei rumori tipici, il traffico insostenibile per le città che non sono in grado di accoglierlo. Arriva il momento in cui pensi “basta”. A corto di idee prendiamo la statale nuova che porta da Risan a Niksic andando senza una metà, basta allontanarsi. Un po’ di tornanti, qualche tunnel che sembra scavato dai troll e i rumori cessano, il traffico si dirada e ti si apre davanti la piana di Grahovo. Due mucche,  pochi campi coltivati e la sensazione che il tempo si sia fermato. Tornando al monumento, posizionato su un colle che sovrasta il paese, lo si raggiunge con una gradinata attorniata dalle lapidi. Tantissimi i nomi dei caduti, soprattutto quelli durante l’insurrezione del 13 luglio 1941. Perché partì proprio da quel luogo e da quel colle. Da lì Sava Kovačević fece partire il colpo di cannone  che diede inizio ad un’azione contro le milizie fasciste. Combattente leggendario che si lanciava con le bombe a mano sui carri armati tedeschi e inseguiva i nemici a cavallo. Lo so, sembra un’esagerazione ma sono molte le testimonianze che racconta questo di lui. Un tipo aggressivo, impavido e sempre in prima linea – l’archetipo del guerriero di tutti i tempi. La sua ultima battaglia fu il tentativo disperato di rompere l’accerchiamento durante l’operazione Weiss a Sutjeska, per garantire la possibilità al quartier generale in fuga e all’ospedale militare di ritirarsi di fronte ad un’offensiva congiunta tra tutte le forze di occupazione. Dovettero occultare il cadavere per non far crollare il morale ai combattenti della sua brigata Non so chi sarebbe diventato Sava se fosse sopravvissuto la guerra, ma dalle storie che circolano intorno al personaggio meriterebbe un film di Tarantino. Altroché “Inglorious Basterds”. Quindi leggetevi la sua biografia, chiudete gli occhi ascoltando Nena Ivošević che canta la canzone principale della colonna sonora, e immaginatevi le scene topiche di questo ipotetico film.

Darko Rundek

August 15th, 2011 No comments

Niente di meglio che un concerto inaspettato. Senza programmarlo settimane o mesi prima, ripassare gli album per essere “pronti” e rischiare di trovarsi quasi demotivati a metà concerto proprio per troppe aspettative cresciute a dismisura nel frattempo. Così, a sorpresa vidi i Laibach qualche anno fa, in un contesto improbabile per chi conosce il gruppo, che con le sue performance richiede spazi tetri, minacciosi, asettici. Invece eravamo in mezzo all’alta stagione nella super-turistica Dubrovnik, il gioiellino dell’Adriatico, che come come ogni luogo che dipende totalmente dal turismo, rischia di diventare una specie di Disneyland. Il clima era tiepido e molliccio, con l’aria impestata di odori in cui si mischiano allegramente le creme solari e i gamberetti fritti, con frotte di turisti pasciuti con l’epidermide rosolata che viene risaltata dalle tinte bianche dei vestiti. Ma una volta sfuggiti a questo scenario e trovato il luogo del concerto si poteva tirare un sospiro di sollievo. Si trattava di una vecchia quarantena portuale dove venivano depositate le merci sospette o contaminate che chiamano Lazareti (appunto da lazzaretto), oggi un club orientato verso la musica “alternativa” ed elettronica. Fu una bella performance, interamente dedicata all’album “Volk“, di fronte a duecento o trecento persone, numero ideale per godersi il concerto senza attacchi agorafobici.

Ma in realtà volevo parlare di un altro concerto più recente. Quello di Darko Rundek, che finalmente ho avuto modo di vedere nella natia Herceg-Novi. Anche questa volta il contesto da alta stagione, con la cacofonia tipica della costa montenegrina in cui ti senti frullare nelle orecchie turbo-folk, disco, pop, chill-out e quant’altro. Infatti vista la tipologia umana da villeggiatura dubitavo che ci sarebbe stato il pienone di gente entusiasta che cantava addirittura le canzoni dell’ultimo album “Plavi avion” uscito pochi mesi prima. Ma chi è Rundek? E’ un tizio che cantava nel famoso gruppo new wave Haustor di cui ho parlato qualche volta su questo blog. Li paragonavo ai Talking Heads o ai Police per le sonorità afro, reggeae  e world music che in parte Rundek successivamente ha sviluppato in una chiave diversa, più cantautoriale . Musica melanconica, a volte cupa a volte struggente, venata di blues, di folk, di rock, ma anche di melos tipico dell Mediterraneo orientale.  Il tutto ha un sapore “arty” che di solito mal sopporto ma che in questo caso non mi dà alcun effetto collaterale, forse per il tipo di personaggio che guida questa orchestra o per il tipo di storie che racconta. Rundek non ha partecipato alle guerre “patriottiche” e forse anche per questo per anni non trovò modo di continuare a produrre musica nel proprio paese (Croazia), trasferendosi a Parigi. Durante la guerra conduceva una trasmissione radiofonica su Radio Brod, un’emittente galleggiante nelle acque internazionali dell’Adriatico, cercando di far veicolare i messaggi pacifisti. Questo mentre molti altri musicisti del suo paese erano intruppati partecipando ai progetti patriottardi del regime di Tudjman. E’ anche per questo che trova un’accoglienza calorosa ovunque suoni nelle repubbliche ex jugoslave, escludendo l’episodio odioso in cui fu preso a pugni da un ultra-nazionalista serbo durante uno dei primi concerto dopo la fine dei conflitti tenutosi a Belgrado.

Ecco l’ultimo album “Plavi Avion

Terremoto – Montenegro 1979

April 14th, 2009 No comments
Domenica mattina alle 7,20 del 15 aprile 1979 un terremoto della potenza di 9° gradi della scala Mercalli ha colpito Montenegro e marginalmente Erzegovina, Croazia e Albania. Sono stati distrutti 250 insediamenti (tra paesi, città e villaggi), lasciandosi dietro 80.000 sfollati, 10.000 disoccupati, 101 morti e 1.700 feriti. Le vittime erano principalmente i più deboli: gli anziani, i bambini e gli inermi. L’epicentro del terremoto era nel mare tra Budva e Ulcinj a 17 km sotto la superficie, provocando onde anomale che hanno aggravato i danni lungo la costa. L’impatto era talmente violento da aprire le brecce nelle collone e alterare o far sparire i piccoli corsi d’acqua. L’intensità del terremoto vicino all’epicentro risultava essere 7,5° della scala Richter. Ha colpito in maniera più devastante le città costiere, in una fascia lunga 80 km e larga 15 km. Dopo la scossa principale sono state registrate 8.000 scosse minori, mentre più di un mese dopo, 24 maggio 1979 si è ripetuta un’altra scossa potente quanto la prima, provocando ulteriori danni al paese. I danni materiali erano enormi, ammontavano a circa 4,5 volte il PIL del Montenegro di quell’anno. In particolar modo furono danneggiati i monumenti storici, circa 1.642 tra chiese, castelli, palazzi antichi e muraglie, di cui 444 erano distrutti per sempre. Andarono perse icone, libri, pergamente, quadri, archivi e testimonianze etnografiche. L’economia fu in ginocchio, le principali attività produttive del paese danneggiate gravemente, le principali infrastrutture furono completamente impraticabili. Al momento del terremoto erano presenti sul territorio colpito un migliaio di turisti inglesi, francesi, russi, norvegesi, italiani e tedeschi. Incredibilmente non ci furono vittime tra loro. Fu immediatamente mobilitato l’esercito, la difesa terrotoriale e la protezione civile. La macchina organizzativa dei soccorsi funzionò discretamente e gli aiuti dalle altre repubbliche della federazione arrivarono a breve, sicchè nei periodi più “caldi” atterravano 40 aerei al giorno negli aeroporti di Tivat, Podgorica e Dubrovnik. Un ruolo importante giocarono anche la Croce Rossa, La Mezza Luna Rossa, le agenzie dell’ONU e associazioni umanitarie di vario genere. Se gli interventi dell’immediato dopo-terremoto funzionarono, la ricostruzione fu lunga e parziale mano mano che avanzava la crisi finanziaria nella Federazione: il crescente debito estero negli anni ’80, la conseguente inflazione, l’aumento della corruzione e le prime privatizzazioni si lasciarono dietro molti ruderi materiali e simbolici.

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