Spy Rock

Qualche giorno fa, un compaesano appassionato del lato oscuro della pop-culture, mi ha segnalato un articolo di dubbie fonti e veridicità, ma contenente molti frammenti di verità. Si parla di come la scena rock jugoslava fu asservita agli interessi dei servizi segreti jugoslavi per rafforzare l'adesione popolare al regime e per tutelare la sovvranità culturale di fronte alla "colonizzazione" proveniente dai paesi "occidentali". L'articolo è stato pubblicato sul sito di Radio Sarajevo, mentre la fonte è un blog dal vago sapore satireggiante, tendente ad un umorismo demenziale, i cui autori rimangono avvolti dal mistero. Dunque l'articolo è la traduzione dell'intervista (o presunta tale) con un ex agente di SDB (servizi di sicurezza nazionale), che racconta di come ha condotto per ben due decenni un'operazione che vede coinvolti, a volte loro malgrado, i musicisti pop e rock più famosi della ex federazione socialista. Alcuni passaggi ed alcuni nomi risulteranno oscuri ai lettori, dato che l'articolo è stato fatto per un pubblico appartenente alla "jugosfera", ma le situazioni e le atmosfere sono veramente divertenti in questa visione semi-ucronica di un paese che ha prodotto un'infinità di miti popolari, senza che si voglia per questo sottovalutare l'effettiva pervasività dei malfamati "udbasi" (ovvero degli agenti del SDB). Il regime di Tito si presenta come il regime più "pop" dei paesi socialisti, e molti degli artisti citati, se fossero nati in altri paesi socialisti, invece di essere ingaggiati per comporre canzoni contenenti dei messaggi subliminali, forse sarebbero finiti a spaccare le pietre o a passare il resto della loro vita in un simpatico istituto psichiatrico.

 (Continua)

Jugosfera

Poco fa leggevo un articolo sull'Osservatorio Balcani che parlava di un convegno economico di cooperazione regionale tra le varie repubbliche post-jugoslave, in un ottica di superamento dei dissidi, delle divisioni ideologiche e di creazione di un mercato comune, anche in relazione all'UE e agli organismi internazionali. L'articolo parte da un neologismo, coniato da un giornalista inglese di The Economist, ovvero "jugosfera", interpretandolo in questo modo:

"Il punto di partenza della riflessione di Judah è naturalmente quello economico. Egli rileva come nell’area si stia sempre più ristrutturando un mercato comune, considerato come unico in primo luogo dagli attori economici che vi agiscono. Le pagine dell’articolo si spingono tuttavia anche oltre, rivalutando le comunanze di carattere sociale e culturale delle popolazioni della regione, sottolineando quanto siano ancora forti le corrispondenze della vita quotidiana che vanno dalla lingua, alla gastronomia, sino alla musica."

Non mi sembra che il giornalista in questione abbia inventato chissà cosa, forse ha rotto il tabù di utilizzare il prefisso "jugo", che rimanda alla federazione demonizzata per anni  dalle correnti politiche che hanno portato alla sua disgregazione, piuttosto mi sembra un'evoluzione naturale delle cose in uno spazio pieno di denominatori comuni di tipo storico, culturale, linguistico e infine anche politico se non vogliamo ignorare i 50 anni di jugo-socialismo, comunque lo si voglia giudicare. Certo a fare notizia ci arrivano per primi gli economisti, i grandi gruppi aziendali, i manager, che con il loro pragmatismo, i loro interessi e le loro strategie di mercato hanno colto la palla al balzo facendo proprio il termine "jugosfera". Con o senza UE, bisogno dimostrarsi competitivi e non farsi completamente assoggettare dai grandi gruppi multinazionali senza avere la voce in capitolo, questo pare essere la logica del convegno. 

Tuttavia la "jugosfera", il termine che trovo interessante e che a mio avviso rispecchia una realtà, non si può riferire soltanto alla sfera economica come infatti si accenna nell'articolo dell'Osservatorio. Penso che una "jugosfera" viene quotidianamente tessuta da milioni di persone con il loro bisogno di spostarsi, di fare commerci, di fare cultura, di tutelare le proprie relazioni personali, di uscire dai ghetti e superare i muri e le paura. "Jugosfera" è piuttosto un'evoluzione naturale delle cose, per la buona pace di tutti coloro che si agitano e sbraitano al solo sentir nominare una parola che inizia con "jugo".

Infine tra i commenti a questo articolo trovo anche quello di un fotografo amatoriale veneto che presenta così il suo reportage fotografico, attribuendogli casualmente lo stesso nome:

"Comunque la si rigiri tra le mani questa sfera è un poliedro composto da infinite facce o da un'unica faccia che sembra ripetersi sempre uguale a se stessa. La sua antropizzazione è un vortice. L'indagine è inevitabile, pare imposta. Non esistono anticorpi. C'era una sfera e probabilmente c'è ancora."

 

Azra

azraOggi pomeriggio stavo cazzeggiando su last.fm e me ne sono accorto, ascoltando un pezzo degli Azra, che manca la descrizione di questa mitica band ex jugoslava. Chi ha usato il social network musicale ha presente le funzioni interattive che offre, e tra questi la possibilità di scrivere commenti, recensioni o biografie dei gruppi meno conosciuti senza una scheda completa. Ecco cosa ho scrito a proposito degli Azra, di cui da qualche parte su questo blog avrò già parlato qualche volta.

"Uno dei gruppi più amati nella ex Jugoslavia, nati a cavallo tra gli anni ‘70 e ‘80. Facevano un curioso mix di rock e new wave con le assonanze folk della tradizione balcanica. Il loro leader Branimir J. Stulic era un compositore prolisso, abile nel dire tanto con poco, nel colpire l’immaginario e le aspettative dei giovani di quegli anni e di quel paese in particolare. Non mancavano testi di natura satirica e qualche problema con la censura. Spiegare la poesia degli Azra in poche righe è difficile e per questo posso rimandarvi ad una ricerca in rete, dove si può trovare qualcosa di più esteso anche in lingua inglese. Stulic è un personaggio eccentrico, ma sicuramente rimasto sempre coerente con la sua idea della musica, della politica e di quello che fu o che poteva essere l’ex Jugoslavia. All’inizio della guerra civile abbandono il paese che non riconosceva più come proprio e si trasferì in Olanda. Non tornò mai più malgrado le numerose richieste di reunion, sia da parte dei fan che da parte delle case discografiche. Ora fa l’allenatore di calcio in una squadra minore di qualche paesino olandese vicino ad Utrecht. Scrive e si interessa di letteratura classica, suona ogni tanto e molto, ma molto raramente concede le interviste. A distanza di decenni sono convinto che se dovesse fare un concerto con la vecchia line-up si troverebbe centomila persone che conoscono le canzoni a memoria e le cantano a squarciagola, il fatto è che non lo farà mai - giustamente, si sgretolerebbe la sua figura ieratica da profeta rock'n'roll di un paese che non esiste più (…)"

Belgrado-Sarajevo

Voz Beograd - SarajevoE' di un paio di settimane fa la notizia sul ripristino della linea ferroviaria Belgrado-Sarajevo. Per quanto abbia avuto un'eco modesta, è sicuramente un fatto storico. O forse no? Se non è un fatto storico è senza dubbio una svolta nella percezione da ambedue i lati, un altro muro che cade, un nodo che si scioglie nelle mappe mentali della gente, una svolta psico-geografica. Per 19 anni sono state due città che non esistevano l'una per l'altra, e una volta cessati i conflitti armati è rimasta la paura, la diffidenza, i rancori, il vuoto. Certo non si può celebrare la rinascita del mito di Unità e Fratellanza, dato che sulla prima corsa c'erano pochi passeggeri di cui la metà erano turisti stranieri, ma il fatto che un 19enne cresciuto nella "balcanizzazione" potrà prendere il treno e andare a farsi il Capo d'Anno a Sarajevo è molto significativo.

Nelle interviste che ho sentito si distinguono l'entusiasmo e la nostalgia da un lato, e la forzata indifferenza dall'altro e questo, è  dimostrattivo del fatto che la cosa viene vissuta con una certa carica emotiva. Per quanto riguarda gli scettici" o gli "indifferenti" quando si parla delle aperture verso "l'altro", non si può non considerare che una posizione del genere sia una diffesa inconscia verso l'idea scottante che ci si avvia di nuovo verso uno spazio unificato, completamente diverso da com'era nel passato, ma che impone di nuovo il fatto che le persone, le merci, i capitali (quindi anche la cultura) devono fluire liberamente tra le diverse repubbliche. Un'idea naturalmente che nella concezione comune fa sprofondare nel nonsense più totale le motivazioni etno-politiche, ideologiche e religiose della guerra civile. Rimette in discussione molte cose.

Una volta era la linea ferroviaria più veloce del paese, in particolare fu potenziata in occasione delle Olimpiadi del 1984, ma purtroppo oggi ci mette più tempo che trent'anni fa, date le condizioni precarie dell'infrastruttura, rappezzata alla meno peggio. Comunque sia non si può che salutare positivamente questo evento. Il costo del biglietto è di 21 euro andata e ritorno, il treno parte alle 8.15 da Belgrado per arrivare (teoricamente) verso le 17 a Sarajevo. 

Guarda il servizio di Al Jazeera

La Resistenza Nascosta

Sarajevo, i ricordi di cristallo,
Sarajevo, di fango e di neve,
toglimi la brina dagli occhi e dalla fronte,
esci da me, esci da me.

Lascia gli occhi di vedere ancora questa volta,
lascia le orecchie di sentire ancora questa volta,
Sarajevo...

(EKV - Sarajevo - S vetrom uz lice 1986)

Così cantavano EKV (Ekatarina Velika) nel lontano 1986, sicuramente più lontano per Sarajevo di qualunque altro posto nei Balcani. Per chi ci è stato in quella città negli anni ottanta riconoscerà gli odori e le immagini che evocano queste poche semplici righe. L'odore del carbone nell'aria, il rumore dei tram, il colore bronzeo di Miljacka, il fiume che attraversa la città. La neve tinta di fango in contrasto con quella bianco candido del monte Jahorina che troneggia sopra Sarajevo. Da un lato le moschee e il quartiere antico Bascarsija, dall'altro la laboriosa città socialista, piccola metropoli jugoslava  -  paese e città allo stesso tempo. Nel 1984 si apre al mondo con le Olimpiadi, gli stessi anni della straordinaria produzione musicale che esporta la musica per il mercato interno al terzo posto nell'ordine di importanza per l'economia bosniaca. I primi due non è ho idea da cos'erano occupati, minerali, legname, armi? Non importa. E poi "new primitives", un po' dadaisti, un po' menestrelli della Sarajevio dei "loser", sicuramente profetici con lo show tv "Top lista Nadrealista".  Dark e New Wave che echeggiano nella discoteca Jedinstvo (Unità). Pacchiani fino al midollo i rockettari del cosiddetto "pastir rock", ironicamente definito dalla critica il "rock dei pastori": tematiche e melos folcheggianti con la musica heavy metal. Senza contare le pop star Plavi Orkestar, Crvena Jabuka e stracitati Bijelo Dugme, che riempivano le riviste musicali dell'epoca. Finito tutto ciò arriva la generazione X, creativa, innovativa, ma con la sfiga di assistere alla disintegrazione della cultura che la guerra porta con sé. I  più arditi non mollano e sotto assedio continuano ad organizzare eventi, concerti, senza arrendersi. Nelle cantine, sotto le bombe continuano a trasmettere un messaggio di non adesione al delirio nazional-guerrafondaio. E' di questa generazione che parla il documentario "La resistenza nascosta" di Francesca Rolandi e Andrea Paco Mariani uscito qualche mese fa in modo indipendente sotto il nome di Smashing Mrkve e con il supporto di One World SEE e Comune di Vogosce.  I protagonisti di questa scena non si concentrano tanto sulla guerra, quanto su quello che viene dopo, il periodo di decontaminazione culturale, di resistenza contro il turbo-folk, la corruzione politica, contro i tentativi di creare una Sarajevo Saudita. I nomi sono tanti: Dubioza Kolektiv, Letu Stuke, Skroz, Damir Imamovic Trio, Basheskia,  Laka e molti altri. Vale la pena di scoprirli e di vedere questo documentario, fatto con uno sguardo dal basso, con interviste fatte sul divano di casa, nel parco condividendo una latina di birra, camminando per strada in mezzo al traffico, nei baretti di ritrovo dei musicisti. Un incontro tra coetanei dalla visione del mondo affine che raccontano quella parte dell'Europa sotto una prospettiva che con un po' di buona volontà si poteva intuire, ma che è rimasta nascosta per anni dalla cortina del protettorato ONU e dello stato d'eccezione permanente di un paese "cantonizzato". Per averlo credo si possano contattare gli autori dalla loro pagina MySpace, disponibili anche per le presentazioni (...)