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Rani radovi di Z. Zilnik

September 20th, 2011 No comments

Tre giovani aspiranti rivoluzionari decidono di agire contro lo stato di cose presenti. Dopo una serie di discussioni, momenti di studio e addestramento per il conflitto urbano, partono alla scoperta del proprio paese. Cercano di capire come istruire  e coinvolgere le masse e quali sono le contraddizioni sulle quali far leva. Sulla strada incontrano innumerevoli difficoltà e si scontrano con le realtà in cui persiste ancora l’analfabetismo e l’ignoranza. La condizione dei lavoratori è spesso segnata dalla rassegnazione, mentre l’emancipazione femminile non è nemmeno all’orizzonte. Le campagne sono abbandonate a se stesse e come nell’ottocento l’alcool è ancora un’arma efficace per anestetizzare il sottoproletariato. Tuttavia l’ostacolo più difficile sta nella psiche dei protagonisti: come liberarsi dai retaggi culturali secolari se non millenari che ogni uno porta dentro di sè? Tra questi spiccano i codici comportamentali del patriarcato e l’unica consapevole di questo è la ragazza del gruppo che al contempo si pone come il leader carismatico capace più degli altri ad esprimere la propria radicalità delle posizioni. Questo innescherà dei dissidi che porteranno ad una drammatica reazione dai forti connotati ancestrali.

Questa sarebbe la trama di “Rani radovi” (Lavori giovanili o in inglese Early Works) di Zelimir Zilnik, famoso documentarista jugoslavo, ancora oggi attivo, appartenente a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 alla corrente cinematografica “Crni talas” (Onda nera), la più censurata nella storia del cinema jugoslavo. In questo film, uno dei pochi di Zilnik prima di dedicarsi definitivamente al documentario, emergono gli archetipi del ribellismo culturale sessantottino, rappresentandone le virtù e i limiti senza tabù, utilizzando un linguaggio surrealista e a tratti grottesco. La trama non è un racconto lineare e del tutto coerente ma in qualche modo frammentaria. In alcuni momenti si ricorre ai simbolismi quasi metafisici, in altri si viene catapultati nelle situazioni estremamente realistiche con le comparse evidentemente appartenenti alle classi sociali di cui si vuole parlare. Penso che si tratti di un esempio significativo del cinema critico di quegli anni, irriverente, sperimentale, collocato in una prospettiva di critica da sinistra del sistema socialista jugoslavo.

Tito per la seconda volta tra i serbi

July 4th, 2009 No comments

Autunno 1994. Una delle piazze centrali di Belgrado. Arriva una vecchia mercedes nera. La città è tetra, non tanto per la sua architettura a metà strada tra lo stile mittel europeo e quello real-socialista, ma per il clima che si respira: siamo a metà degli anni novanta e la guerra non è ancora finita, l’embargo ha fermato tutto tranne il contrabbando, i profughi arrivano dalle Krajine e dalla Bosnia mentre imperversa un diffuso senso di angoscia e isolamento. Dopo un attimo di esitazione si apre la portiera posteriore della mercedes e lui scende in divisa da maresciallo, quella delle grandi occasioni, cappotto sulle spalle, occhiali scuri, medaglie e riconoscenze sulla giacca. Si proprio lui, il compagno Tito è tornato dall’aldilà. Ne ha sentite di tutti i colori là sù e ha deciso di accertarsi di persona, di capire che cosa sia andato storto e dove ha sbagliato se l’Unità e Fratellanza sono andate a farsi benedire dopo appena dieci anni dalla sua scomparsa. Dopo essersi congedato dal suo autista grasso e dall’aria tonta, Tito si avventura tra le vie di Belgrado per incontrare i suoi fratelli serbi e cercare le risposte.
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