Tito per la seconda volta tra i serbi
Autunno 1994. Una delle piazze centrali di Belgrado. Arriva una vecchia mercedes nera. La città è tetra, non tanto per la sua architettura a metà strada tra lo stile mittel europeo e quello real-socialista, ma per il clima che si respira: siamo a metà degli anni novanta e la guerra non è ancora finita, l’embargo ha fermato tutto tranne il contrabbando, i profughi arrivano dalle Krajine e dalla Bosnia mentre imperversa un diffuso senso di angoscia e isolamento. Dopo un attimo di esitazione si apre la portiera posteriore della mercedes e lui scende in divisa da maresciallo, quella delle grandi occasioni, cappotto sulle spalle, occhiali scuri, medaglie e riconoscenze sulla giacca. Si proprio lui, il compagno Tito è tornato dall’aldilà. Ne ha sentite di tutti i colori là su e ha deciso di accertarsi di persona, di capire che cosa sia andato storto e dove ha sbagliato se l’Unità e Fratellanza sono andate a farsi benedire dopo appena dieci anni dalla sua scomparsa. Dopo essersi congedato dal suo autista grasso e dall’aria tonta, Tito si avventura tra le vie di Belgrado per incontrare i suoi fratelli serbi e cercare le risposte.
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Rubrica di musica alternativa e non dell’area post-jugoslava. Ripercorriamo eventi, storie, aneddoti e scoinvolgimenti facendoci guidare da svariati gruppi dagli anni settanta fino ad oggi. I vari generi musciali possono essere visti come colonna sonora della storia contemporanea? Tentare di “leggere” questa colonna sonora nel contesto jugoslavo può essere molto interessante, nel bene e nel male: dalla volontà di emancipazione culturale dall’autoritarismo real-socialista che esprimevano i gruppi punk di fine anni settanta e inizio ottanta alla sottocultura di massa del turbo-folk negli anni della guerra, dai new primitives bosniaci alla riscoperta delle sonorità etno, dal pop-rock mainstream alle nuove generazioni di “arrabbiati” vicini al movimento alter-global.