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Come è fallito il rock and roll

December 10th, 2010 No comments

Kako je propao rock’n’roll” (Come è morto il rock’n’roll), film del 1989 composto da tre mediametraggi a firma di tre registi diversi. I denominatori comuni sono la musica e le culture giovanili di quel periodo. Una risposta, forse non del tutto riuscita, al crescente fenomeno del turbo-folk che alle porte degli anni novanta stava diventando predominante nel mainstream. I tre eposodi contengono elementi tipici del teenager-movie, della commedia demenziale e del musical. Il collante tra i tre episodi è la comparsa di Koja, detto il “Dente verde“, leader del gruppo Disciplina Kicme, con i jingle da cinema underground accompagnati dai brani caratterizzati da un crossover che mischia punk, funk e rap.

Il primo episodio narra la storia di Koma, interpretato da Srdjan Todorivic, già membro di alcuni gruppi famosi negli anni ’80 come EKV. Il figlio ribelle di un magnante dell’industria discografica alla scoperta dei cantanti folk, un giorno decide di fare uno scherzo al padre per dimostrargli che può fare di meglio, insofferente alle continue critiche, in un campo che gli è completamente estraneo, cioè quello della musica folk. Alla base di tutto c’è una scommessa, nel caso la perda il padre, deve tuffarsi in una fontana e gridare a squarciagola che odia i “narodnjaci” cioè i cantanti folk che lui stesso produce. Una sorta di Rock and roll Swindle in salsa folk.

Il secondo è una storiella d’amore che nasce durante un party in maschera per la festa di Capo d’Anno. I protagonisti sono Darko, il solito belloccio dall’alone tenebroso travestito da vampiro e Barbara, biondina “acqua e sapone”, apparentemente timida e riservata. L’unica cosa interessante di questo episodio sono i poster e i dischi sparsi per la casa di Darko, che vive da solo con i genitori intenti a fare carriera in Svizzera. Infatti si vedono i vari cult d’orrore degli anni ottanta come “Ammazzavampiri”, “Alien”, “Scanners” ecc. o i poster dei Sex Pistols, Nick Cave&Bad Seeds, Iggy Pop.

Il terzo episodio ruota intorno ad un equivoco tra Djura e Eva, affiatata ma spesso litigiosa coppia che non di rado si prende a scazzotate. Lui cantante di un gruppo rock, lei sarta con aspirazione di lavorare nella moda. Vivono in un modesto appartemento perennemente in disordine. Un giorno dopo aver ricevuto una lettera anonima sotto la porta, Djura va su tutte le furie pensando ad un corteggiatore segreto. Scoppia così una guerra tra i due per chi fa ingelosire di più il proprio partner. Tuttavia si scopre, tra qualche gag demenziale e delle schitarrate dei “Tragaci” la band di Djura, che le lettere erano indirizzate  a lui e non a lei, mentre il mittente era il gentile vicino di casa rivelatosi omosessuale. Con una macchinazione il vicino si offre di aiutare Djura per riallacciare i rapporti con la moglie per tentare un’approccio. Questo è l’episodio più divertente ma dal vago sapore omofobo.

“Kako je propao rock and roll” non è un gran film, anzi sembra quasi un mezzo fallimento, ma è rappresentativo di un anno all’insegna dell’indecisione per tutto ciò che concerne l’ex Yugoslavia – il 1989. Fatto evidentemente con pochi mezzi in mezzo ad una crisi galoppante, senza sapere bene dove volesse andare a parare, se non con qualche intento di rivendicare l’orgoglio di una generazione rockettara, costretta negli anni successivi alla nicchia. Le musiche sono scritte dai membri di tre note band jugoslave di cui ho già parlato: Elektricni Orgazam, Idoli e Disciplina Kicme. Il film vede la persenza di ottimi attori come Bata Zivojinovic, Anica Dobra, Dragan Bjelogrlic, Branko Djuric, ma l’interpretazione non è mai tanto brillante, se non a tratti. Malgrado tutto è un cult che suscita molte nostalgie tra i 30enni di oggi. Con il senno di poi è stato interessante vederlo. Il film si può trovare qui, mentre i sottotitoli qui.

Granica (1991)

July 30th, 2010 No comments
Granica” (Il confine) è un film di produzione jugoslava del 1991, girato proprio nell’anno in cui iniziò la guerra. Ambientato in un villaggio al confine tra la nascente federazione jugoslava e l’Ungheria tra 1945 e 1948, racconta la storia di due famiglie, una di ungheresi autoctoni, contadini più o meno benestanti alle prese con la riforma agraria dell’epoca e i conseguenti espropri; l’altra di profughi bosniaci, reduci di guerra, ai quali viene assegnata una delle case confiscate agli austriaci o tedeschi residenti in Vojvodina dai tempi dell’Impero austro-ungarico.
Storie dolorose e dimenticate che hanno luogo in quel limbo che è il dopo-guerra, qualunque esso sia. Descrive le differenze culturali tra persone provenienti da ambienti rurali completamente diversi: quello silvo-pastorale e di susistenza nelle zone più remote della Bosnia e quello dei grandi poderi agricoli nella fertile pianura Panonica, dove fin dai tempi dei conquistatori ungari si è conservata la tradizione dell’allevamento dei cavalli di razza. I comissari del partito cinici e violenti, i giovani spaesati in questo improvviso salto nella modernità, i bambini vittime degli ordigni rimasti inesplosi, i contadini disposti a farsi torturare pur di non consegnare alle autorità il grano, i maiali, i cavalli che per legge se ne potevano possedere solo due per famiglia.
Il film inizia con lo stupro della giovane Etel, figlia di un agricoltore ungherese, per mano di un gruppo di soldati russi e si evolve con una serie di sventure che colpiscono le due famiglie stritolate dalla storia. Malgrado l’iniziale mal sopportazione tra i due padri di famiglia, la malasorte li unisce, contemplando alla fine persino un matrimonio tra i propri figli. A questo proposito il monologo di Shandor, il baffuto e grasso contadino ungherese con il debole per la grappa, è molto significativo. Dopo la morte della moglie è disposto a mandare al diavolo le tradizioni, i matromini combinati tra ungheresi, i cavalli e persino “Attilla il flagello di dio” e dare la mano della propria figlia ad uno “straniero” bosniaco. Quello che sembra simboleggiare l’inizio del multiculturalismo jugoslavo. I
l film racconta storie molto interessanti e spesso con il piglio azzeccato, a parte per forse un’eccessiva demonizziazione dei “comunisti”, tuttavia comprensibile in un clima di generale avversione e rottura con il passato in tutti paesi ormai ex-socialisti, quando il film fu girato. C’è qualche caduta di ritmo e le differenze troppo marcate nella capacità di interpretare tra i vari attori,  alcuni delle affermate star del cinema jugoslavo come Laza Ristovski, altri degli esordienti o addirittura dei non-attori, creando così una sensazione di vuoto nella recitazione in alcune parti del film. Ad ogni modo una visione interessante di un film non molto conosciuto.