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Posts Tagged ‘cinema jugoslavo’

Rani radovi di Z. Zilnik

September 20th, 2011 No comments

Tre giovani aspiranti rivoluzionari decidono di agire contro lo stato di cose presenti. Dopo una serie di discussioni, momenti di studio e addestramento per il conflitto urbano, partono alla scoperta del proprio paese. Cercano di capire come istruire  e coinvolgere le masse e quali sono le contraddizioni sulle quali far leva. Sulla strada incontrano innumerevoli difficoltà e si scontrano con le realtà in cui persiste ancora l’analfabetismo e l’ignoranza. La condizione dei lavoratori è spesso segnata dalla rassegnazione, mentre l’emancipazione femminile non è nemmeno all’orizzonte. Le campagne sono abbandonate a se stesse e come nell’ottocento l’alcool è ancora un’arma efficace per anestetizzare il sottoproletariato. Tuttavia l’ostacolo più difficile sta nella psiche dei protagonisti: come liberarsi dai retaggi culturali secolari se non millenari che ogni uno porta dentro di sè? Tra questi spiccano i codici comportamentali del patriarcato e l’unica consapevole di questo è la ragazza del gruppo che al contempo si pone come il leader carismatico capace più degli altri ad esprimere la propria radicalità delle posizioni. Questo innescherà dei dissidi che porteranno ad una drammatica reazione dai forti connotati ancestrali.

Questa sarebbe la trama di “Rani radovi” (Lavori giovanili o in inglese Early Works) di Zelimir Zilnik, famoso documentarista jugoslavo, ancora oggi attivo, appartenente a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 alla corrente cinematografica “Crni talas” (Onda nera), la più censurata nella storia del cinema jugoslavo. In questo film, uno dei pochi di Zilnik prima di dedicarsi definitivamente al documentario, emergono gli archetipi del ribellismo culturale sessantottino, rappresentandone le virtù e i limiti senza tabù, utilizzando un linguaggio surrealista e a tratti grottesco. La trama non è un racconto lineare e del tutto coerente ma in qualche modo frammentaria. In alcuni momenti si ricorre ai simbolismi quasi metafisici, in altri si viene catapultati nelle situazioni estremamente realistiche con le comparse evidentemente appartenenti alle classi sociali di cui si vuole parlare. Penso che si tratti di un esempio significativo del cinema critico di quegli anni, irriverente, sperimentale, collocato in una prospettiva di critica da sinistra del sistema socialista jugoslavo.

Tito i ja

February 19th, 2011 No comments

Belgrado anni ’50. Due famiglie appartenenti alla piccola broghesia decaduta a causa delle confische iniziate nel dopoguerra con il processo di statalizzazione, sono costrette a vivere costipate in un piccolo appartamento. Zoran, il figlio cicciotto di una ballerina e di un musicista, si isola da questo contesto difficile coltivando un culto personale per il maresciallo Tito con il sommo dispiacere di tutti i familiari, ostili al nuovo regime. Mentre i suoi genitori bisticciano con i parenti con cui sono costretti a convivere, Zoran vive la sua vita sentimentale scombussolata tra l’adorazione del grande capo e l’invaghimento per una compagna di scuola più grande di lui. Un bel giorno la maestra, completamente dedita all’indottrinamento, decide di far fare un tema a sorpresa dal titolo “perché voglio bene al compagno Tito”. Di solito scarso negli scritti, Zoran invece decide di scrivere una poesia di propria iniziativa, che risulterà essere un perfetto esempio di propaganda titoista volta a rafforzare il culto del leader, lasciando a bocca aperta la maestra che decide di farlo partecipare ad un concorso. La cosa scioccante per la famiglia sarà il fatto che alla fine della poesia il bambino dichiara di voler più bene a Tito che ai propri genitori. Il premio del concorso per i “pionieri” bravi nella scrittura sarà la gita alla città natale del maresciallo Kumrovec, accompagnati da un educatore invasato e autoritario, fin da subito scettico verso il bambino “diverso” figlio di due “artisti”. Così comincia il viaggio iniziatico di Zoran in cui dovrà uscire dal sui mondo immaginario e confrontarsi con i coetanei, con le difficoltà e con il proprio essere “diverso”.

Bella la prima parte del film in cui si descrivono le condizioni sociali dell’epoca e l’emarginazione di chi non trovava un proprio posto o non era funzionale al nuovo regime, che malgrado la rettorica, soffre di tutti i vizi tipicamente borghesi: cene di gala per le elité politiche, spettacoli e balletti esclusivi, battute di caccia con il maresciallo, visite in pompa magna dei re e dei dittatori con enormi sprechi di risorse pubbliche. Tutto funziona fino alla partenza verso Kumrovec quando il film comincia a rallentare tra le varie gag e gaffe del piccolo protagonista e dell’educatore interpretato da Lazar Ristovski. La marcia a piedi da Zagabria verso il villaggio di Tito, le nottate in tenda, Zoran che si perde nel bosco,  l’amica brutta che gli fa filo, quella di cui era infatuato se la fa con il ragazzo più grande del gruppo deludendolo, il disastro nel castello di Kumrovec dove l’educatore si finge un fantasma provocando il panico durante il quale vengono distrutte alcune armature molto antiche. Il tutto all’ombra dei commissari del partito che seguono l’andamento della gita visto l’obiettivo “sensibile”. Alla fine, dopo innumerevoli intoppi, ritardi e figuracce viene il momento della visita alla casa natale di Tito, dove qualcuno degli studenti dovrebbe leggere  il tema con il quale è stato candidato. Nella confusione, i commissari del partito presenti scelgono a casaccio Zoran che invece di leggere la sua poesia fa un discorso improvvisato dove fa una confessione al maresciallo in cui dice che non era vero che gli voleva bene più che a mamma e papà, e che prima di lui vengono anche gli zii, i compagni di scuola, Tarzan, persino il matto del quartiere che stava tutto il giorno sotto casa sua ad aspettare non si sa cosa. Tutto torna a posto, i compagno di scuola sono entusiasti, mentre l’educatore cade in depressione per il fallimento della visita e la figura finale. Questo lo induce addirittura a suicidarsi. Malgrado questo Zoran viene invitato dal maresciallo, insieme ad altri “pionieri” alla sua festa di compleanno, dalla quale però si defila imboscandosi nella sala di ricevimento deserta, ormai disinteressato della figura mitologica del maresciallo, preferisce dedicarsi ai dolci invece di sentire i convenevoli della festa.

Si tratta di una commedia “amara” tipica del cinema jugoslavo con l’intento di criticare il culto della personalità, in questo caso di Josip Broz. La sceneggiatura è bella ma la regia non sembra riuscitissima. Ci sono alcuni ottimi interpreti come Lazar Ristovski, Miki Manojlovic, Anica Dobra, Bogdan Diklic e Olivera Markovic, in particolare i primi due conosceranno un certo successo internazionale grazie all’indimenticabile tandem nell’Underground di Kusturica.

Il film l’ho visto in streaming su YugoFilmovi (pessima qualità video)

Valter brani Sarajevo

January 16th, 2011 No comments

Zadnji ex-yu film koji sam gledao je “Valter brani Sarajevo” iz 1972 od Hajrudina Krvavca. Manje dramatican i epski nastrojen od klasicnih partizanskih filmova, ima vise karakteristika akcijonog filma. Pocinje sa spijunazom i kontra-spijunazom, gdje lik koji vazi za jednog od boljih nacistickih agenata dobija misiju da se infiltrira u pokret otopra da bi pripremijo zamku za neuhvatljivog vodju sarajevacke gerile Valtera. Naravno identitet Valtera je strogo tajan i bez obzira na siroku mrezu saradnika, logisticke podrske i mladih dobrovoljaca skoro niko ne zna ko je on. Pokusavajuci da to iskoriste na svoju ruku, nacisti sa svojim agentom osnivaju paralelnu celiju stavljajuci na celo laznog vodju. Sa kontraproduktivnim akcijama pitanje je vremena kada se pravi Valter da izadje na vidjelo. Cilj svega toga je da se salomi otpor u Sarajevu kako bi se bez problema sprovela operacija Laufer ciji je cilj transport goriva iz izgubljenih teritorija Rajha u Njemacku pred sam kraj rata.

Ovaj film a kasnije i serija, su se proslavili u Kini gdje su imali veliku popularnost, toliku da je Bata Zivojinovic vise puta bio pozivan kao gost. Govori se i o tome da su kinezi napravili Valter Pivo, ma da neko drugi tvrdi da je postojao samo projekat za to ali da pivo nikad nije bilo komercijalizovano. Isto tako je famozan album Das Ist Walter od Zabranjenog Pusanja koji se odnosi na ovaj film, narocito sa pjesmom “Necu da budem svabo“.

Come è fallito il rock and roll

December 10th, 2010 No comments

Kako je propao rock’n'roll” (Come è morto il rock’n'roll), film del 1989 composto da tre mediametraggi a firma di tre registi diversi. I denominatori comuni sono la musica e le culture giovanili di quel periodo. Una risposta, forse non del tutto riuscita, al crescente fenomeno del turbo-folk che alle porte degli anni novanta stava diventando predominante nel mainstream. I tre eposodi contengono elementi tipici del teenager-movie, della commedia demenziale e del musical. Il collante tra i tre episodi è la comparsa di Koja, detto il “Dente verde“, leader del gruppo Disciplina Kicme, con i jingle da cinema underground accompagnati dai brani caratterizzati da un crossover che mischia punk, funk e rap.

Il primo episodio narra la storia di Koma, interpretato da Srdjan Todorivic, già membro di alcuni gruppi famosi negli anni ’80 come EKV. Il figlio ribelle di un magnante dell’industria discografica alla scoperta dei cantanti folk, un giorno decide di fare uno scherzo al padre per dimostrargli che può fare di meglio, insofferente alle continue critiche, in un campo che gli è completamente estraneo, cioè quello della musica folk. Alla base di tutto c’è una scommessa, nel caso la perda il padre, deve tuffarsi in una fontana e gridare a squarciagola che odia i “narodnjaci” cioè i cantanti folk che lui stesso produce. Una sorta di Rock and roll Swindle in salsa folk.

Il secondo è una storiella d’amore che nasce durante un party in maschera per la festa di Capo d’Anno. I protagonisti sono Darko, il solito belloccio dall’alone tenebroso travestito da vampiro e Barbara, biondina “acqua e sapone”, apparentemente timida e riservata. L’unica cosa interessante di questo episodio sono i poster e i dischi sparsi per la casa di Darko, che vive da solo con i genitori intenti a fare carriera in Svizzera. Infatti si vedono i vari cult d’orrore degli anni ottanta come “Ammazzavampiri”, “Alien”, “Scanners” ecc. o i poster dei Sex Pistols, Nick Cave&Bad Seeds, Iggy Pop.

Il terzo episodio ruota intorno ad un equivoco tra Djura e Eva, affiatata ma spesso litigiosa coppia che non di rado si prende a scazzotate. Lui cantante di un gruppo rock, lei sarta con aspirazione di lavorare nella moda. Vivono in un modesto appartemento perennemente in disordine. Un giorno dopo aver ricevuto una lettera anonima sotto la porta, Djura va su tutte le furie pensando ad un corteggiatore segreto. Scoppia così una guerra tra i due per chi fa ingelosire di più il proprio partner. Tuttavia si scopre, tra qualche gag demenziale e delle schitarrate dei “Tragaci” la band di Djura, che le lettere erano indirizzate  a lui e non a lei, mentre il mittente era il gentile vicino di casa rivelatosi omosessuale. Con una macchinazione il vicino si offre di aiutare Djura per riallacciare i rapporti con la moglie per tentare un’approccio. Questo è l’episodio più divertente ma dal vago sapore omofobo.

“Kako je propao rock and roll” non è un gran film, anzi sembra quasi un mezzo fallimento, ma è rappresentativo di un anno all’insegna dell’indecisione per tutto ciò che concerne l’ex Yugoslavia – il 1989. Fatto evidentemente con pochi mezzi in mezzo ad una crisi galoppante, senza sapere bene dove volesse andare a parare, se non con qualche intento di rivendicare l’orgoglio di una generazione rockettara, costretta negli anni successivi alla nicchia. Le musiche sono scritte dai membri di tre note band jugoslave di cui ho già parlato: Elektricni Orgazam, Idoli e Disciplina Kicme. Il film vede la persenza di ottimi attori come Bata Zivojinovic, Anica Dobra, Dragan Bjelogrlic, Branko Djuric, ma l’interpretazione non è mai tanto brillante, se non a tratti. Malgrado tutto è un cult che suscita molte nostalgie tra i 30enni di oggi. Con il senno di poi è stato interessante vederlo. Il film si può trovare qui, mentre i sottotitoli qui.

Papà in viaggio d’affari

December 4th, 2010 1 comment

E’ un film che ho visto molto tempo fa, di cui ricordavo le tematiche e alcune scene topiche, ma che ormai avevo quasi dimenticato. Qualche giorno fa l’ho rivisto apprezzando di nuovo il vecchio stile di Kusturica. Il film è ambientato all’epoca della rottura tra Tito e Stalin, tra il 1949 e 1951, un periodo in cui la neonata federazione socialista si forgia nel terrore e nella paranoia, presupposti che sembrano accompagnare la nascista di ogni stato. Chiunque fosse sospettato di stalinismo finiva nei campi di prigionia o di rieducazione, e se ti andava bene venivi emarginato, declassato, privato dei diritti. Contesti storici in cui i piccoli rancori e invidie contribuiscono ad alimentare il meccanismo con la delazione che usa come pretesto l’eresia politica per i spesso banali scopi personali.

E’ così che un funzionario di partito (interpretato da Miki Manojlovic), l’inguaribile donnaiolo ma tutto sommato fedele alla linea “titoista”, finisce nei guai per una battuta fatta sovvrapensiero. L’amante che lo accompagna nel viaggio  di ritorno da una delle numerose trasferte in giro per la Bosnia, sposata con il suo cognato, un collaboratore dell’OZNA (il servizio segreto jugoslavo*) – un po’ per ingenuità, un po’ per gelosia dato che non si decide di lasciare la moglie per lei – racconta la battuta al proprio marito. Il peccato mortale di Meho, il protagonista, mentre legge Politika, il principale quotidiano della ex-Jugoslavia, è quello di aver detto “forse hanno esagerato un po’” di fronte alla vignetta in cui è rappresentato Karl Marx seduto nel proprio studio con il ritratto di Stalin dietro. Apriti cielo: due anni di lavori forzati in una miniera sperduta, divieto di qualsiasi contatto con gli amici e familiari. E’ così che inizia il “viaggio d’affari” di Meho. Una formula con cui si faceva capire che qualcuno è finito nel tritacarne di OZNA dato che era pericoloso fare qualsiasi cenno alla purga, figuriamoci esprimere un qualche giudizio.” OZNA sve dozna” (OZNA viene a sapere tutto) era un altro detto popolare di quegli anni. La moglie di Meho, malgrado intuisca la verità sui suoi tradimenti, non abbandona il marito ne perde la speranza; toglie la parola al fratello delatore e fa di tutto per cercare di instaurare un contatto.

Questa la trama del film, ma la cosa interessante è la voce narrante, quella del figlio di Meho, un bimbo di sei anni che attraverso uno sguardo innocente racconta gli eventi spesso tragici che sconquassano la vita di una famiglia in un epoca dura, post-bellica ma non priva di un certo ottimismo. La convinzione di essere dalla parte giusta, la vittoria sul nazi-fascismo, il progresso che nel bene e nel marte porta dei profondi mutamenti, ma anche le disillusioni con la nascita delle nuove classi privilegiate. Tuttavia quello che distingue questi primi film di Kusturica, basati spesso sui racconti del famoso scrittore bosniaco Abdulah Sidran, sono i personaggi secondari, le situazioni di un realismo struggente che aprono finestre sulle vite degli ultimi, dei perdenti e degli emarginati in un mondo di granitiche certezze.

Molte sono le scene che mi sono rimaste impresse: la battuta tagliente che la moglie di Meho fa al fratello responsabile di aver mandato ai lavori forzati il proprio marito, dicendogli che gli “ustascia” – i membri del NDH, il partito collaborazionista croato – almeno le lasciavano mandare qualche vivere nel carcere quando il marito fu arrestato durante la guerra, mentre loro no. Poi la storia d’amore infantile tra i due bambini, il figlio di Meho e la bambina prodigio del vecchio medico russo, a sua volta rifugiato politico, scappato dallo stalinismo per ritrovarselo di nuovo con altri nomi. Poi la scena del tentativo goffo di fare l’amore nella barracca del campo di prigionia dopo aver finalmente ottenuto il permesso per una visita, interrotto dalla presenza del figlio. Infine lo sguardo sulla condizione femminile che si ripete più volte durante il film: i tradimenti e il persistente maschilismo, i diversi gradi di emancipazione, zone grigie tra il tradizionalismo e la modernizzazione.

* Oltre ai molti crimini commessi dall’OZNA va riconosciuta però anche la cattura dei numerosi collaborazionisti, filo-nazisti e responsabili delle stragi ai danni delle popolazioni civili durante la Seconda guerra mondiale. Tra questi il più famoso era il generale Draza Mihajlovic, il capo del movimento monarchico e fascistoide serbo “cetnici”.

Granica (1991)

July 30th, 2010 No comments
Granica” (Il confine) è un film di produzione jugoslava del 1991, girato proprio nell’anno in cui iniziò la guerra. Ambientato in un villaggio al confine tra la nascente federazione jugoslava e l’Ungheria tra 1945 e 1948, racconta la storia di due famiglie, una di ungheresi autoctoni, contadini più o meno benestanti alle prese con la riforma agraria dell’epoca e i conseguenti espropri; l’altra di profughi bosniaci, reduci di guerra, ai quali viene assegnata una delle case confiscate agli austriaci o tedeschi residenti in Vojvodina dai tempi dell’Impero austro-ungarico.
Storie dolorose e dimenticate che hanno luogo in quel limbo che è il dopo-guerra, qualunque esso sia. Descrive le differenze culturali tra persone provenienti da ambienti rurali completamente diversi: quello silvo-pastorale e di susistenza nelle zone più remote della Bosnia e quello dei grandi poderi agricoli nella fertile pianura Panonica, dove fin dai tempi dei conquistatori ungari si è conservata la tradizione dell’allevamento dei cavalli di razza. I comissari del partito cinici e violenti, i giovani spaesati in questo improvviso salto nella modernità, i bambini vittime degli ordigni rimasti inesplosi, i contadini disposti a farsi torturare pur di non consegnare alle autorità il grano, i maiali, i cavalli che per legge se ne potevano possedere solo due per famiglia.
Il film inizia con lo stupro della giovane Etel, figlia di un agricoltore ungherese, per mano di un gruppo di soldati russi e si evolve con una serie di sventure che colpiscono le due famiglie stritolate dalla storia. Malgrado l’iniziale mal sopportazione tra i due padri di famiglia, la malasorte li unisce, contemplando alla fine persino un matrimonio tra i propri figli. A questo proposito il monologo di Shandor, il baffuto e grasso contadino ungherese con il debole per la grappa, è molto significativo. Dopo la morte della moglie è disposto a mandare al diavolo le tradizioni, i matromini combinati tra ungheresi, i cavalli e persino “Attilla il flagello di dio” e dare la mano della propria figlia ad uno “straniero” bosniaco. Quello che sembra simboleggiare l’inizio del multiculturalismo jugoslavo. I
l film racconta storie molto interessanti e spesso con il piglio azzeccato, a parte per forse un’eccessiva demonizziazione dei “comunisti”, tuttavia comprensibile in un clima di generale avversione e rottura con il passato in tutti paesi ormai ex-socialisti, quando il film fu girato. C’è qualche caduta di ritmo e le differenze troppo marcate nella capacità di interpretare tra i vari attori,  alcuni delle affermate star del cinema jugoslavo come Laza Ristovski, altri degli esordienti o addirittura dei non-attori, creando così una sensazione di vuoto nella recitazione in alcune parti del film. Ad ogni modo una visione interessante di un film non molto conosciuto.

La Resistenza Nascosta

November 22nd, 2009 No comments

Sarajevo, i ricordi di cristallo,
Sarajevo, di fango e di neve,
toglimi la brina dagli occhi e dalla fronte,
esci da me, esci da me.

Lascia gli occhi di vedere ancora questa volta,
lascia le orecchie di sentire ancora questa volta,
Sarajevo…

(EKV – Sarajevo – S vetrom uz lice 1986)

Così cantavano EKV (Ekatarina Velika) nel lontano 1986, sicuramente più lontano per Sarajevo di qualunque altro posto nei Balcani. Per chi ci è stato in quella città negli anni ottanta riconoscerà gli odori e le immagini che evocano queste poche semplici righe. L’odore del carbone nell’aria, il rumore dei tram, il colore verde torbido di Miljacka, il fiume che attraversa la città. La neve tinta di fango in contrasto con quella bianco candido del monte Jahorina che troneggia sopra Sarajevo. Da un lato le moschee e il quartiere antico Bascarsija, dall’altro la laboriosa città socialista, piccola metropoli jugoslava  -  paese e città allo stesso tempo. Nel 1984 si apre al mondo con le Olimpiadi, gli stessi anni della straordinaria produzione musicale che esporta la musica per il mercato interno al terzo posto nell’ordine di importanza per l’economia bosniaca. I primi due non è ho idea da cos’erano occupati, minerali, legname, armi? Non importa. E poi “new primitives“, un po’ dadaisti, un po’ menestrelli della Sarajevio dei “loser”, sicuramente profetici con lo show tv “Top lista Nadrealista”.  Dark e New Wave che echeggiano nella discoteca Jedinstvo (Unità). Pacchiani fino al midollo i rockettari del cosiddetto “pastir rock“, ironicamente definito dalla critica il “rock dei pastori”: tematiche e melos folcheggianti con la musica heavy metal. Senza contare le pop star Plavi Orkestar, Crvena Jabuka e stracitati Bijelo Dugme, che riempivano le riviste musicali dell’epoca. Finito tutto ciò arriva la generazione X, creativa, innovativa, ma con la sfiga di assistere alla disintegrazione della cultura che la guerra porta con sé. I  più arditi non mollano e sotto assedio continuano ad organizzare eventi, concerti, senza arrendersi. Nelle cantine, sotto le bombe continuano a trasmettere un messaggio di non adesione al delirio nazional-guerrafondaio. E’ di questa generazione che parla il documentario “La resistenza nascosta” di Francesca Rolandi e Andrea Paco Mariani uscito qualche mese fa in modo indipendente sotto il nome di Smashing Mrkve e con il supporto di One World SEE e Comune di Vogosce.  I protagonisti di questa scena non si concentrano tanto sulla guerra, quanto su quello che viene dopo, il periodo di decontaminazione culturale, di resistenza contro il turbo-folk, la corruzione politica, contro i tentativi di creare una Sarajevo Saudita. I nomi sono tanti: Dubioza Kolektiv, Letu Stuke, Skroz, Damir Imamovic Trio, Basheskia,  Laka e molti altri. Vale la pena di scoprirli e di vedere questo documentario, fatto con uno sguardo dal basso, con interviste fatte sul divano di casa, nel parco condividendo una latina di birra, camminando per strada in mezzo al traffico, nei baretti di ritrovo dei musicisti. Un incontro tra coetanei dalla visione del mondo affine che raccontano quella parte dell’Europa sotto una prospettiva che con un po’ di buona volontà si poteva intuire, ma che è rimasta nascosta per anni dalla cortina del protettorato ONU e dello stato d’eccezione permanente di un paese “cantonizzato”. Per averlo credo si possano contattare gli autori dalla loro pagina MySpace, disponibili anche per le presentazioni (…)

Bolji Zivot

September 14th, 2009 No comments

Bolji ZivotVerso il 1987 esce per la Radio Televisione Serba un serial intitolato “Bolji Zivot” (La vita migliore). Seguiva le vicende di una famiglia tipo belgradese, con personaggi rappresentativi della picola borghesia jugoslava, con i loro problemi, le aspirazioni, i conflitti generazionali tra i giovani e i vecchi, il loro rapporto con le classi dirigenti o quelle subalterne. Non mancavano i riferimenti alla situazione sociale di allora, meno a quella più strettamente politica, considerando l’anno cruciale per l’ascesa dei nazionalisti. Lui, il capo famiglia, di umili origini contadine è un impiegato, dal carattere burbero ma bonario, nostalgico dei “valori di una volta”, lei insegnante in un liceo, intellettuale mancata e  i loro tre figli: il primogenito serioso e concentrato sulla carriera, la secondogenita un po’ più trendy  e il più giovane ribelle e strafottente. La serie andò in onda fino al 1991 con 87 episodi. Non mi vengono in mente corrispettivi, se non “Un posto al sole”, che tuttavia mi sembra terribilmente artificioso e ottuso nella sua rappresentazione di un’Italia di cartapesta, naturalmente parlo da uno “di parte” in questo momento, quindi “Bolji Zivot” malgrado fosse un prodotto televiso degli anni ’80 fatto per le masse, mi sembra abbia avuto anche qualche qualità, oltre a diversi attori che dopo sarebbero diventati famosi.

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Jugoslavia: la memoria al cinema

March 1st, 2009 2 comments

Cinema JugoslavoArticolo interessante sul cinema jugoslavo trovato su osservatoriobalcani.org

Il cinema, come strumento fondamentale per
mantenere viva la memoria della Lotta di Liberazione da cui era sorta
la Nuova Jugoslavia. Dietro all’apparente staticità delle immagini del
”partizanski film” emergono elementi molto utili a comprendere le
vicende di un paese che non c’è più
di Marco Abram*

Nella Jugoslavia socialista il quadro della memoria ufficiale rimase
statico e nitido per molto tempo, conoscendo le prime incrinature negli
anni ’60 ma andando realmente in crisi solo nel decennio che precedette
la disgregazione dello stato. Per mantenere salda quest’immagine Tito
ebbe a disposizione uno strumento che, fino a quel momento, in
Jugoslavia non aveva conosciuto un particolare sviluppo: il cinema.

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