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Archive for the ‘Merceologia’ Category

Il macinacaffè

November 15th, 2013 No comments

Mlinac za kafuIl macinino da caffè manuale aveva un ruolo d’onore nella casa di ogni buon jugoslavo. Si tratta di un oggetto di ottone o rame, di forma cilindrica, stretta e lunga, con una maniglia che serviva per far azionare la macina interna. Il fondo piuttosto alto, fino alla metà del macinino cilindrico era estraibile e fungeva da contenitore per il caffè. Macinato di fresco ha un sapore più buono, dicono. I supermercati avevano  la macina elettrica che potevi utilizzare sul momento dopo aver acquistato il caffè in grani. Ma non era la stessa cosa. Come molti sanno il caffè è un rituale nei Balcani e questo strano oggetto e il suo utilizzo ne facevano parte. Il compito di macinare il caffè era della nonna – era lei che preparava il primo caffè della giornata per la breve seduta mattutina con le vicine di casa, seguiva quello di metà mattina dopo essersi occupata della casa o della spesa. Le nonne delegavano spesso questo compito ai nipoti. All’inizio, la leva da far girare è dura per un bambino, almeno  finché i chicchi sono integri, quindi man mano diventa più facile, fino a quando la leva non gira quasi da sola con una leggerissima spinta – il segno che il caffè è polverizzato al punto giusto. A volte si trovavano i macinacaffè “Made in Albania“, oltre al brandy Skenderbeg era  uno dei pochi prodotti – da contare sulle dita di una mano – che esportava la vicina Albania.

K-67

May 14th, 2013 No comments

Il chiosco di plastica ideato dall’architetto sloveno Saša Machtig nel 1966. Un design che all’epoca poteva apparire futuristico. Di solito era di color rosso o giallo e si usava come edicola, fast-food, tabaccheria o biglietteria. Nel 1970 vince il concorso per il “chiosco per Belgrado”, diffondendosi presto come il punto vendita per la catena di fast-food nata dalla sinergia tra l’industria alimentare PKB (Poljoprivredni Kombinat Beograd) e Tetrapack. Si potevano acquistare tra le altre cose, dei hot-dog con la senape annacquata o mekike (una specie di frittella). Nessuno sapeva che già nel 1971 entrò a fare parte della collezione dedicata all’architettura e al design del XX secolo al MOMA di New York tanto meno che venne scelto per le Olimpiadi di Monaco del 1972 come parte dell’arredo urbano per le varie funzioni legate all’evento. Durante la mostra di cui parlavo nel post precedente ci sarà uno K67 che come una volta venderà i panini con i wurstel.

Oggi se ne trovano ancora, anche se nella loro versione decadente, consumati dal sole e dagli agenti atmosferici, con le macchie, le fessure o le aggiunte strutturali in contrasto con il design originario.

k67

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C’era una volta

May 13th, 2013 No comments

Živi životDopo la mostra “Jugoslavia, dall’inizio alla fine“, tenutasi al MIJ (Muzej Istorije Jugoslavije) all’inizio dell’anno, si terrà un’altra manifestazione a Belgrado per ricordare il paese scomparso. Se la prima era più di carattere storico, pur addentrandosi negli aspetti socio-culturali, economici o politici meno conosciuti, la seconda è decisamente dedicata alla cultura pop e all’antropologia urbana, con una serie di rituali, usanze, stili, gusti e percezioni, di cui molti sopravvivono ancora al di là dell’adesione o meno a quella cosa vaga e un po’ confusa chiamata “jugonostalgija”. La mostra è intitolata “Živeo život – la mostra sulla bella vita“, dal detto “živi život svoj” (vive la vita sua) per indicare qualcuno che vive in santa pace nel modesto decoro, non arreca disturbo ad alcuno e si ritiene soddisfatto di ciò che ha”, riferendosi allo jugoslavo medio, o almeno a quello che oggi percepiamo come tale, esponente delle nuove classi medie, uscite negli anni ’70 dal pauperismo del dopo guerra, avvicinandosi agli standard del benessere europeo. Questo oggi è oggetto di una forte mitologia, condivisa non solo tra i pensionati ex iscritti al partito unico.

Questo “jugoslavo medio” è diventato molte cose successivamente, si è scisso in diversi rami evolutivi, ma soprattutto involutivi. Alcuni si sono vampirizzati abbracciando il fucile in una mano e la croce nell’altra abbandonando le modeste aspirazioni per lasciarsi agli appetiti insaziabili sputando rancorosi nel piatto dal quale mangiavano fino al giorno prima. Altri sono tornati al punto di partenza – nelle baracche, a fare dei lavori che non si sognavano nemmeno, con la dignità lesa, e il rancore ancora una volta, indirizzato quasi sempre al destinatario sbagliato. Poi ci sono mille sfumature di questa metamorfosi, ma è un’altra storia. Quello di cui si occupa la mostra in questione sono aspetti positivi, innocui o se non altro curiosi e talvolta strambi nella ex-YU, quelli di cui ho scritto molte volte su questo blog. Una parte della mostra che mi pare particolarmente interessante è quella dedicata ai sensi, all’odore in particolare. Tutti noi memorizziamo gli odori dell’infanzia. Quelli buoni della casa della nonna o quelli cattivi del dentista o dei bagni della scuola. Quali erano gli odori che caratterizzavano le case di quell’epoca? Uno, che io ricordo molto bene, viene citato nella presentazione della mostra:

“nell’ambito della mostra, una delle aree tematiche sarà dedicata agli odori, ai sapori, al tatto e ai suoni. Uno degli odori più comuni era quello del latte bruciato. Quando il latte ha iniziato a trasbordare dai pentolini sulle nuove cucine elettriche, il nemico numero uno delle casalinghe jugoslave diventò quella puzza di latte bruciato. Si diffondeva, incontenibile, in tutto l’appartamento, mettendo in discussione la titanica lotta per rendere la casa sempre profumata, con l’ausilio del “radion blu” (*un famoso detersivo). “Attento al latte!”, era diventato il grido mattutino più comune nelle case delle famiglie jugoslave medie. Il latte andava sorvegliato attentamente mentre stava per bollire, ma anche in quel caso talvolta si bruciava uscendo dal pentolino.”

Ai tempi non era ancora diffusissimo il latte pastorizzato in tetrapack, figuriamoci quello scremato, parzialmente scremato e così via. In pratica era il latte crudo come quello che oggi si vende nei distributori automatici delle aziende agricole. Si vendeva nei sacchetti di plastica da un litro e andava portato ad ebollizione prima di essere consumato. Naturalmente raggiunti i 100°C il latte iniziava schiumare, aumentando di volume e uscendo dalla pentola, appiccicandosi sulla piastra elettrica. Costava decisamente meno di quello pronto all’uso in tetrapack .
La mostra verrà inaugurata il 4 giugno al vecchio centro commerciale “Beograd” in Knez Mihajlova a Belgrado.
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Pasteta

April 1st, 2012 No comments

Tipico spuntino dell’industria alimentare real socialista, una sorta di paté chiamato comunemente “pasteta” a base di derivati di carne suina. In uso già a partire dagli anni cinquanta. Certamente prodotti del genere si trovano anche oggi, ma non hanno più il ruolo e l’importanza che avevano durante la Guerra Fredda. Oggi, questi patè sono confezionati in modo più accattivante e hanno un sapore leggermente  diverso per venire incontro ai gusti più addomesticati. Una scatoletta di pasteta non mancava mai nel rancio militare. Quindi la divoravano nella stessa misura i bambini come merenda e i militari durante le lunghe marce di esercitazione.

Era circa 1987 quando mangiai una scatoletta di pasteta risalente al 1958. Era molto più vecchia di me quando la mangiai ma era uguale come se l’avessero confezionata qualche giorno prima. Per fortuna non ebbi alcun effetto collatterale. Miracolosi progressi della tecnologia jugoslava per la conservazione del cibo! Questa scatoletta, era arrivata da qualche scorta militare, tramite un qualche parente che lavorava nell’esercito, fino a casa mia.

Si consumava a collazione, cosa che farebbe inorridire chiunque in Italia, è tutt’oggi in uso in molti paesi dell’Europa dell’est. Si usava anche come spuntino, merenda o per una cena povera in abbinamento a qualcos’altro. Le confezioni avevano dei marchi a volte severi delle industrie statali dai nomi trucidi come “Carnex”. In alternativa, per venire incontro ai bambini, raffiguravano dei maialini sorridenti i cui scarti di macellazione venivano trittati insieme ad altri innominabili ingredienti per ottenere questa pasta dal colore incerto. Molte erano le dicerie, probabilmente vere e tutt’oggi attualissime, sulle persone che smisero di mangiare qualsiasi derivato di carne dopo aver lavorato o visitato degli stabilimenti del genere.

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Mekike

October 5th, 2010 No comments

Mekike – un specie di fritella dalla forma irregolare, fatta con una pasta simile a quella della pizza, fritta e cosparsa di zucchero. Una delle merende tipiche di un paese in via di sviluppo, prima dell’avvento del consumismo. Si vendeva nei chioschetti di plastica, spesso color arrancione, di solito adibiti a vendere pochi prodotti (e spesso uno solo). Quelli delle “mekike” erano monotematici – niente salsine, cremine o altro. Una merenda semplice e povera che ti faceva tirare fino a cena, meglio di un pacchetto di Smoki. Il declino simbolicamente inizia con l’apertura del primo McDonald’s a Belgrado nel 1988 abbagliando le masse giovanili con lo scintillio ipocrita che offriva la malfamata catena dei fast-food. Quello spianava ulterioramente la strada ai tweekers, sneakers, mars e altri prodotti che con le proprie brand colonizzavano le menti degli adolescenti jugoslavi. All’improvviso tutti ci sentivamo diversi ed esclusi da un spesso presunto “benessere occidentale”, inziando a collezionare i complessi d’inferiorità che tanto hanno contribuito alla rapida fine del comunque non rimpianto blocco socialista.

I famosi chioschetti arrancioni dall’inconfondibile design anni ’70 e dalle forme leggermente arrotondate, avevano anche una versione “salata”, cioè vendevano i panini con i wurstel – e sia chiaro, c’era solo quello. Come ogni wurstel, anche quelli di dubbissima qualità, galleggiavano nei pentoloni di alluminio e venivano serviti con la maionese o con la senape, di solito da signore di mezza età molto brutte e dall’aria annoiata.

Yugo

November 18th, 2008 No comments
Dopodomani dagli stabilimenti dell’industria delle automobili Zastava, uscirà l’ultimo esemplare della Yugo, uno dei simboli della ex Jugoslavia. Progettata nel 1978 e poi prodotta nella versione definitiva in collaborazione con la Fiat nel 1981, tuttavia la licenza di vendita viene lasciata alla Zastava poichè il suo design fu considerato ormai superato per il mercato italiano. Soltanto nel 1991 Innocenti commercializzò il modello Koral per un paio d’anni. Sicuramente l’utilitaria più usata ed amata dagli ex jugoslavi: economica, versatile, si prestava alle modifiche più fantasiose. A metà degli anni ottanta sfonda negli USA con 147.000 esemplari: la prima (e l’ultima) macchina socialista venduta sul mercato statunitense! Costava meno di 5000 dollari. La yugo diventa protagonista anche dei film Hollywoodiani: Die Hard 3, The Crow, The Birdcage ecc. Chissà che la rivalutino di nuovo di fronte alla crisi economica e petrolifera.
Ad ogni modo si prepara la grande festa d’addio organizzata dal Yugo Fan Club a Belgrado – e forse non è finita – pare che daranno la licenza di produrlo a qualche industria automobilistica congolese. 
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November 11th, 2008 No comments

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