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BalkanRock – Puntata 0 su MyRadio

February 24th, 2014 1 comment

Il primo appuntamento con BalkanRock su MyRadio, una trasmissione dedicata alla cultura popolare e alla musica dell’ex Jugoslavia. In questa puntata vengono introdotti i temi che verranno trattati e come nasce l’idea di farla, oltre a dare un assaggio del repertorio musicale. Come si intuisce dal nome partira dal rock, punk e new wave, passando per i vari generi di nicchia, arrivando a volte ai fenomeni di massa all’insegna del kitsch e del folklore. L’argomento chiave di questa puntata è “jugonostalgija”: tra mito, memoria e legami culturali che persistono tra le popolazioni divise dalla guerra civile.

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Categories: General, Muzika, Pop-Kultura, Radio Tags:

Il macinacaffè

November 15th, 2013 No comments

Mlinac za kafuIl macinino da caffè manuale aveva un ruolo d’onore nella casa di ogni buon jugoslavo. Si tratta di un oggetto di ottone o rame, di forma cilindrica, stretta e lunga, con una maniglia che serviva per far azionare la macina interna. Il fondo piuttosto alto, fino alla metà del macinino cilindrico era estraibile e fungeva da contenitore per il caffè. Macinato di fresco ha un sapore più buono, dicono. I supermercati avevano  la macina elettrica che potevi utilizzare sul momento dopo aver acquistato il caffè in grani. Ma non era la stessa cosa. Come molti sanno il caffè è un rituale nei Balcani e questo strano oggetto e il suo utilizzo ne facevano parte. Il compito di macinare il caffè era della nonna – era lei che preparava il primo caffè della giornata per la breve seduta mattutina con le vicine di casa, seguiva quello di metà mattina dopo essersi occupata della casa o della spesa. Le nonne delegavano spesso questo compito ai nipoti. All’inizio, la leva da far girare è dura per un bambino, almeno  finché i chicchi sono integri, quindi man mano diventa più facile, fino a quando la leva non gira quasi da sola con una leggerissima spinta – il segno che il caffè è polverizzato al punto giusto. A volte si trovavano i macinacaffè “Made in Albania“, oltre al brandy Skenderbeg era  uno dei pochi prodotti – da contare sulle dita di una mano – che esportava la vicina Albania.

Sul serbo-croato, sulle traduzioni e su altre cose ancora

July 22nd, 2012 3 comments

Nel corso degli anni mi è capitato di fare il traduttore, collaborando occasionalmente con delle agenzie. Si trattava per lo più di documenti di vario genere, manuali o lettere commerciali. Tornava utile per tappare i buchi o per tenersi occupati quando si è senza lavoro, anche se i soldi guadagnati erano sempre pochi. Era più stimolante quando lo facevo volontariamente come ad esempio per la trasmissione Ostavka! di Radio Onda d’Urto condotta da Michelangelo Severgnini tra 1999 e 2001 o facendo da interpretere ad Aleksandar Zograf  quando venne a presentare una sua raccolta di fumetti a Milano sempre in quegli anni. Alcune esperienze erano anche deprimenti come quando feci da interprete in un tribunale durante il processo per direttissima a due rom accusati di tentato furto. Furono condannati ad alcuni mesi di carcere senza aver rubato nulla. Sotto banco uno dei due mi fece passare un biglietto con il numero di telefono di qualche parente in Germania e una scheda telefonica. Al primo tentativo non gli riuscì perché una guardia se ne accorse, ma al secondo a udienza finita quando tutti si alzarono finalmente me lo passò. Telefonai subito dopo e mi sentì un po’ riscattato per aver collaborato con un processo che trovavo imbarazzante. Ultimamente, considerate le difficoltà economiche mi sono messo di nuovo a mandare i curriculum alle agenzie di traduzione e qualcuna ha risposto. Una di queste, per una sorta di selezione chiedeva un articolo sulle lingue e sul mestiere del traduttore, per essere ammessi al team dei collaboratori. Ho scritto sull’annosa questione che riguarda una lingua che tutti parlano nelle quattro delle sei repubbliche ex jugoslave, ma nessuno riconosce, cioè il serbo-croato.

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Articolo per Retrophobic a puntate

January 10th, 2012 No comments

Segnalo l’articolo che ho scritto per la webzine Retrophobic. Si tratta di un approfondimento sul punk e sulla new wave jugoslava in sei puntate, quante erano le repubbliche della ex Jugoslavia, ognuna con qualche tratto distintivo per quanto riguarda la musica rock. La prima parte, quella appena pubblicata parla della Slovenia, con un focus sugli anni che vanno dal ’77 al ’84, all’incirca il periodo definito in seguito “novi talas”. Dopo un articolo introduttivo scritto quasi un anno fa, tenterò di dare una visione d’insieme di quel fenomeno di cui tanto parla la critica nelle repubbliche ex jugoslave in questi ultimi anni. La fase della retrospettiva, del recupero e della valorizzazione della produzione culturale prima del disastro degli anni ’90 è all’apice, parte di un fenomeno globale, con la differenza che la mitizzazione viene rafforzata a causa del collasso politico-economico dopo la caduta del Muro. Lungi dal voler dipingerla a tutti i costi come un “epoca d’oro”, come spesso viene percepita da chi è cresciuto negli anni ’80, diversamente dall’Italia dove quel decennio viene ricordato soprattutto per il kitsch televisivo, craxismo, culture giovanili frivole o destroidi come i paninari, spero di dare un contributo di qualche interesse per gli appassionati della musica underground e delle controculture.

Punk e New Wave nella ex Jugoslavia – parte 1: Slovenia

Cirkus Columbia

October 15th, 2011 No comments

Un altro film sulla guerra. “Che palle” diranno in molti. Parlando con la gente o curiosando sui forum, si nota che c’è una certa insofferenza verso i registi che affrontano  questo tema. Tra le diverse fasce di spettatori ci sono anche quelli che li reputano in malafede, oppure servili verso le scelte dei produttori che ritengono sia un tema richiesto da parte dei distributori esteri.  Questo nel sentire comune genera un disagio in cui ci si sente relegati all’oggetto di studio in quanto appartenenti ad una realtà in cui si consumò la pià attroce guerra sul suolo europeo dalla Seconda guerra mondiale. Un fastidio in parte comprensibile ma spesso stimolato dalle questioni irrisolte del conflitto che ancora tormentano le coscienze delle persone. Certo ci sono stati diversi film con una visione parziale o non propriamente in grado di affrontare la questione nella sua complessità, indipendentemente dalle versioni “ufficiali”. Al di là di questo, credo che esista ancora la necessità di spiegare la disgregazione di quel paese, altrimenti non si potrà mai comprendere la realtà attuale, schiacciata da anni tra revisionismi e volgate neo-tradizionaliste da un lato, e filo-occidentalismo complessato dall’altro.

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Rani radovi di Z. Zilnik

September 20th, 2011 No comments

Tre giovani aspiranti rivoluzionari decidono di agire contro lo stato di cose presenti. Dopo una serie di discussioni, momenti di studio e addestramento per il conflitto urbano, partono alla scoperta del proprio paese. Cercano di capire come istruire  e coinvolgere le masse e quali sono le contraddizioni sulle quali far leva. Sulla strada incontrano innumerevoli difficoltà e si scontrano con le realtà in cui persiste ancora l’analfabetismo e l’ignoranza. La condizione dei lavoratori è spesso segnata dalla rassegnazione, mentre l’emancipazione femminile non è nemmeno all’orizzonte. Le campagne sono abbandonate a se stesse e come nell’ottocento l’alcool è ancora un’arma efficace per anestetizzare il sottoproletariato. Tuttavia l’ostacolo più difficile sta nella psiche dei protagonisti: come liberarsi dai retaggi culturali secolari se non millenari che ogni uno porta dentro di sè? Tra questi spiccano i codici comportamentali del patriarcato e l’unica consapevole di questo è la ragazza del gruppo che al contempo si pone come il leader carismatico capace più degli altri ad esprimere la propria radicalità delle posizioni. Questo innescherà dei dissidi che porteranno ad una drammatica reazione dai forti connotati ancestrali.

Questa sarebbe la trama di “Rani radovi” (Lavori giovanili o in inglese Early Works) di Zelimir Zilnik, famoso documentarista jugoslavo, ancora oggi attivo, appartenente a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 alla corrente cinematografica “Crni talas” (Onda nera), la più censurata nella storia del cinema jugoslavo. In questo film, uno dei pochi di Zilnik prima di dedicarsi definitivamente al documentario, emergono gli archetipi del ribellismo culturale sessantottino, rappresentandone le virtù e i limiti senza tabù, utilizzando un linguaggio surrealista e a tratti grottesco. La trama non è un racconto lineare e del tutto coerente ma in qualche modo frammentaria. In alcuni momenti si ricorre ai simbolismi quasi metafisici, in altri si viene catapultati nelle situazioni estremamente realistiche con le comparse evidentemente appartenenti alle classi sociali di cui si vuole parlare. Penso che si tratti di un esempio significativo del cinema critico di quegli anni, irriverente, sperimentale, collocato in una prospettiva di critica da sinistra del sistema socialista jugoslavo.

Luna – Nestvarne Stvari (1984)

May 15th, 2011 No comments

Una delle scoperte recenti sulla new wave jugoslava. Gruppo meno conosciuto dei soliti nomi che si tirano fuori quando si parla di quel periodo, ma altrettanto interessante. Il progetto nasce  nel 1981 dall’incontro tra alcuni membri della dark band “La Strada” e altri di “Pekinska Patka”, punk rock di Novi Sad. Da sentire.

Luna – Nestvarne Stvari (1984)

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Balkanrock tra i top referers di Elektrana

February 25th, 2011 No comments

Con una certa sorpresa vengo a sapere dal sito di Elektrana, il portale sulla scena electro serba, ma anche un punto di riferimento importante per l’intera area post-jugoslava, che BalkanRock si trova tra i primi 35 siti che nell’ultimo anno sono stati  i principali “referers” del sito. Cioè si trova al venticinquesimo posto per il numero di accessi verso Elektrana, grazie ad alcune citazioni, in particolare all’articolo sulla compilation “Elektricna Post-Yu Nebriga” e al link sul blogroll di questo sito. Ecco la lista dei siti.

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Il mio papà è un metallaro

November 18th, 2010 No comments

Metalac è la forma gergale in serbo-croato per dire “metallaro”, cioè colui che ascolta la musica heavy metal, ma prima dell’invenzione di questo genere musicale, cioè fino ai primi anni ottanta, metalac voleva dire metalmeccanico. Oggi questa confusione terminologica, come in diversi altri casi, suscita una certa ilarità, così ho trovato in giro per la rete la copertina di questo disco. Tra le tante manifestazioni lavoriste c’era anche quella dedicata ai “metallari”, in seguito alla quale uscì un disco che celebra questa categoria dei lavoratori e sulla copertina, tradotto letteralmente c’è scritto: “Il giorno dei metallari jugoslavi” – “L’inno dei metallari” “Il mio papà è un metallaro” – Zagabria 10 ottobre 1977. Considerando anche la grafica real-socialista, nell’insieme la cosa fa un certo effetto, soprattutto ai metallari, quelli che intendiamo oggi.

Born in Yu

November 5th, 2010 No comments

Riporto qui la traduzione di due articoli su uno spettacolo teatrale del regista bosniaco Dino Mustafic intitolato “Rodjen u YU” (Nato in  YU), incentrato sull’identità culturale jugoslava, sulla sua sopravvivenza malgrado l’ostinato revisionismo di una certa parte politica e sulla necessità di scrutare nel passato senza nostalgia per capire quali sono le prospettive per il futuro dei paesi post-jugoslavi al di là dei muri eretti dalle destre nazionaliste.

Perché non possiamo ricordare Jugoslavia?

Jugoslavia si è disgregata come l’entità politica ma a livello culturale vive ancora. E’ una dimostrazione che l’uccisione dell’identità jugoslava era una perdita di tempo in realtà? Ecco cosa si è concluso durante un incontro tenutosi a Belgrado…

Il regista Zelimir Zilnik, l’attrice Mirjana Karanovic e gli scrittori Ante Tomic, Miljenko Jergovic i Muharem Bazdulj hanno discusso durante un incontro pubblico sul tema della “jugoslavità” al “Centro per la decontaminazione culturale” a Belgrado il 27 ottobre scorso.

L’occasione per questo incontro era lo spettacolo teatrale “Nati in YU” di Dino Mustafic, di recente tenutosi per la prima volta al Teatro drammaturgico jugoslavo. Il dettaglio dell’evento più citato dai media era quando fu intonato l’inno jugoslavo “Hej sloveni” al che uno degli spettatori si alzò in piedi seguito dal resto del pubblico per la sua durata. Una delle attrici dello spettacolo era Mirjana Karanovic ha dichiarato per Deutshe Welle: “Inizialmente ero molto scettica sull’idea di fare questo spettacolo, ma poi dalla foga per spiegare i miei motivi mi sono commossa. Ho chiamato il regista per dirgli che non volevo accettare la mia parte, ma ho capito che dovevo farlo per fare i conti una volta per tutte con il passato. Mi sono resa conto quanto non solo io, ma tutti quelli che hanno vissuto in quel paese, ne parlino così poco, mentre quel poco che si dice è parte di un ricordo sentimentale sui vecchi tempi. Dall’altra parte c’è una connotazione molto negativa sul significato della Jugoslavia come la prigione dei popoli. In questo contesto essere dei jugo-nostalgici è una brutta cosa, qualcosa di cui vergognarsi…Nel concetto della Jugoslavia si è infilato di tutto, dalla politica ai prodotti della cultura pop”.

Lo scrittore Ante Tomic ha detto che erano dei bei tempi, ma sono andati per sempre e ora bisogna pensare alle questioni più contemporane, più importanti. “Avevo molti dubbi su questo tema anche se almeno per me non erano di natura politica. Ho 40 anni e ho passato la metà della mia vita in quel paese, l’altra metà senza, cercando di viverlo in modo attuale. Mi sento come un emigrato, questo non è più il posto dove vivo e temo di diventare come tutti gli emigranti, noioso con le proprie storie sul passato, in questo caso sulla Jugoslavia. A parte questo, oggi viviamo delle nuove sfide, il mondo è diventato inquietante e penso che ci sono cose più pressanti. Quando parliamo di questo mondo inquietante in cui è assente la solidarietà, in cui i lavoratori si trattano come i cani, è comunque utile l’esperienza jugoslava perché il socialismo se non altro ci insegnava che la solidarietà e la comunanza sono dei valori. Infatti, quando penso all’indietro, credo che quei 50 anni dell’esistenza del paese erano dei tempi in qualche modo eroici. Oggi ci siamo “degradati”, perdiamo sia la solidarietà, sia i valori come quello della comunanza” ha detto Tomic.

Secondo Miljenko Jergovic, il fatto che si sospende il diritto di ricordare è terrificante. “Jugoslavia come entità politica è scomparsa. Ma quello che erano le basi della Jugoslavia, cioè lo spazio di un’identità culturale e le sue esperienze storiche continuano a vivere, continuano a funzionare. Nel senso culturale Jugoslavia non solo non si è mai disgregata, ma non può farlo. Che cosa è rimasto? E’ rimasto per ciascuno quello che anche prima gli apparteneva nel senso spirituale, morale e molto meno materiale” osserva Jergovic.

fonte: http://danas.net.hr/kultura/page/2010/10/29/0173006.html

[Segue l'intervista con Dino Mustafic]

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