Martedì, Giugno 26, 2007
"Invisible Nation"
Credo
che un po' ovunque in giro per il mondo, o almeno nella vecchia
Europa, negli ultimi anni ci sia il desiderio da parte di molti di recuperare la memoria di ciò che fu
la genesi delle controculture nei propri territori. Sui beatniks,
sugli hippies e sul movimento punk nelle grandi metropoli si è
scritto molto, tuttavia c'è ancora molto da scoprire sulle
situazioni cosiddette minori, particolari o di provenienza
periferica. Situazioni in cui la presenza di una "scena"
underground, di qualche fanzine o di un concerto scandalo ha
significato molto, influenzando fortemente l'immaginario delle
prossime generazioni, stimolandole ad uscire dal conformismo della
cultura di massa.Sul fatto che gli anni
ottanta nella ex Jugoslavia erano floridi dal punto di vista dei
movimenti giovanili e modi "altri" di interpretare il
famoso slogan del regime "Unità e Fratellanza" avevo
già accennato in precedenza in più occasioni e il
documentario di cui voglio parlare è una testimonianza di ciò.
"La
nazione invisibile" è un racconto collettivo dei
protagonisti della "scena" indipendente di Subotica
(Vojvodina) che riporta alla luce le band dimenticate, i personaggi
che la animavano, cercando il filo che unisce gli outsiders di fine
anni settanta guardati con diffidenza da tutti, spesso perseguitati
dai vari commissari del Partito, con i gruppi e progetti non solo
musicali di oggi. Il documentario attraversa tre passaggi: quello del
tardo real-socialismo alla fine degli anni settanta, diviso tra
timide aperture e rigurgiti autoritari, segnato ovviamente dalla
forza primordiale del punk. Un periodo pieno di episodi al limite del
grottesco con aneddoti di concerti interrotti a furor di popolo e di
interrogatori da parte degli organi di sicurezza a questi strani
“agenti provocatori”. Nella seconda metà degli anni
ottanta “gli alternativi” cominciano ad essere accettati e
iniziano ad esserci gruppi musicalmente più afferrati con
diverse contaminazioni tra vari generi. Dopo questo slancio seguono i
bui anni novanta in cui l'unica via di fuga per molti, a parte
l'espatrio, era la musica, piena di creatività insofferente e
desiderio di disertare il regime turbo-folk. Infine ci sono immagini
recenti, in particolare colpisce la scena dei due ragazzini a dir
tanto sedicenni ripresi su una ferrovia dall'aria decadente, che
sparano le rime in free style con la stessa rabbia di quasi tren'anni
prima, ma forse con maggiore consapevolezza.
E' un bel documentario sgrezzo, low-fi e con riprese amatoriali recuperate chissà dove, in grado di rendere bene l'idea di chi si sbatte nei contesti ostili a creare spazi di espressione e di creatività. Rappresenta sicuramente una novità e un punto di vista diverso dai soliti documentari sul punk inglese o americano di cui si è detto quasi tutto. Qualcosa che assomiglia un po' a quello che fa il buon Philopat qui da noi per rendere giustizia alla generazione “X” che si lasciava dietro poche testimonianze ma molti mutamenti, certamente fatto con ancora meno mezzi a disposizione. Sono immagini che mi lasciano una sensazione di ucronia come spesso mi accade quando mi capita di vedere film o documentari ambientati nell'ultima fase del blocco socialista. Forse per un pubblico internazionale alcuni particolari possono risultare oscuri e molte cose sono prese per scontate quando si parla di eventi politici e di contesti sociali. Non ho citato nessun gruppo, ma quelli andateveli a scoprire da soli. “La nazione invisibile” la potete scaricare qui con sottotitoli in inglese, nella stessa pagina troverete tutte le informazioni su chi, cosa e dove. Per altre info o per contattare gli autori del documentario contattatemi pure.